Immaginiamo il turismo nel 2020

di Filippo Donati

7 luglio 2020: il tour operator russo – uno dei pochi rimasti sulla piazza – contratta fino all'ultimo centesimo e all'ultimo servizio un pacchetto all inclusive con un albergatore della Riviera. Una trattativa lunga e faticosa che i due conducono e, alla fine, concludono senza mai muoversi dai rispettivi uffici: il “luogo” dell'incontro è il sito web della Borsa internazionale permanente del turismo, la struttura ormai di gran lunga più efficiente e universalmente riconosciuta a livello mondiale da tutti gli operatori del settore.

In realtà, l'operazione appena conclusa appartiene già, da molti punti di vista, al passato, sia pure a un passato recente: nel 2020 la maggior parte delle prenotazioni avviene ormai per contatto telematico diretto tra il singolo cliente e il singolo albergatore o la singola rete locale degli imprenditori del settore. La diffusione della Rete e della banda larga, dei palmari e dei telefoni intelligenti ha reso alla portata di chiunque la possibilità di scegliere una meta e programmare un viaggio anche all'altro capo del pianeta.

 

Il decennio che si sta concludendo ha visto, ancora una volta, grandi sconvolgimenti che hanno aperto scenari inediti e ben difficilmente prevedibili anche solo quindici anni fa: la caduta di gran parte dei regimi autoritari nei Paesi del Mediterraneo meridionale, il pur fragile ma apparentemente inarrestabile processo di pace tra Israele e Palestina reso possibile proprio da quegli avvenimenti, l'altrettanto apparentemente inarrestabile crescita economica della Cina, diventata ormai la prima potenza mondiale, la rinascita russa favorita da un mutamento climatico che comincia a far fiorire la Siberia sono tutti elementi di un puzzle che ha travolto vecchi e consolidati equilibri e fatto nascere nuovi mercati e nuove rotte per il crescente numero di aspiranti turisti che per la prima volta si affacciano in massa sulla scena mondiale.

Sulle spiagge italiane, per le calli di Venezia e le strade di Roma si sente sempre più spesso parlare cinese, arabo, russo, portoghese e spagnolo. I figli dei polacchi che trent'anni fa vennero in Italia a lavare i vetri ai semafori e i piatti nelle cucine sono ora apprezzati clienti di alberghi, ristoranti e stabilimenti balneari. E non è ormai raro vedere, nelle vetrine dei negozi, cartelli scritti nei più diversi alfabeti, dal cirillico al coreano.

In apparenza, rispetto a vent'anni fa sono cambiati solo i tratti somatici e gli accenti dei turisti. In realtà, la conquista di questa nuova, ampia e ricca clientela è stata un processo complesso che, appena sotto la superficie, ha dovuto innovare quasi tutto, applicando – e qualche volta inventando con italica fantasia – soluzioni nuove a problemi inediti.

L'ospite che tradizionalmente veniva a passare le vacanze in Italia aveva due caratteristiche: proveniva da aree – Europa occidentale, Stati Uniti – di cultura tutto sommato simile alla nostra, o comunque, come il Giappone, fortemente occidentalizzate. E conosceva e apprezzava – a volte addirittura condivideva – secoli di storia, cultura, tradizioni anche enogastronomiche. Ora invece molti dei nostri ospiti – i cinesi, gli indiani, gli indonesiani – vengono da culture antiche quanto e più della nostra, ma profondamente differenti. Molti di loro non conoscono altra lingua oltre la propria; spesso hanno abitudini alimentari radicalmente diverse da quelle europee, convenzioni sociali reciprocamente incomprensibili.

È stato insomma necessario un grande lavoro di mediazione culturale, a partire dal dato di fatto che la sola conoscenza dell'inglese, del francese, del tedesco e dello spagnolo non è più sufficiente, e che si è dovuto cominciare ad allevare una nuova generazione di concierges, camerieri, guide turistiche capaci di farsi comprendere e di comprendere i nuovi ospiti, una nuova generazione di chef e cuochi capaci di proporre ai clienti, accanto ai nostri “piatti forti”, i cibi della loro tradizione.

La parte più difficile, come da sempre in questo Paese così fortemente individualista, è stata la costruzione di una serie di reti locali, collegate tra loro fino a costituire una fitta trama a livello nazionale, sostenuta dallo Stato e dalle Regioni, capace di portare sulla scena web globale una proposta fortemente articolata che “parla” a segmenti diversi di pubblico. Non è più tempo di generiche campagne d'immagine a base di sole e storia: ormai per fare breccia bisogna saper stimolare la curiosità di tanti, diversi e specifici settori d'interesse. È così che si sono moltiplicate le strade dei vini, dei formaggi, degli oli, delle pievi romaniche, dei campi da golf e perfino dei presepi viventi. Ognuna delle quali dà una risposta a una diversa domanda di mercato e tutte insieme concorrono a irrobustire la trama di un settore che, nel 2020 ancora più che in passato, rappresenta un pilastro fondamentale di un'economia nazionale sempre meno sostenuta da un'industria manifatturiera fortemente delocalizzata.